Quando qualcuno lascia una grande azienda, le storie che circolano raramente raccontano tutto.
Spesso resta solo la versione di chi rimane.
E chi se ne va viene etichettato come “quello che voleva troppo”, o “quello che non ha retto”.
La verità, almeno nel mio caso, è molto più semplice.
E decisamente più tranquilla.
In questo articolo racconto perché ho deciso di lasciare la più grande azienda di direct marketing d’Italia.
Niente drama, niente rancore, niente rivalse.
L’inizio: un’esperienza che rifarei
Quando mi hanno chiamato per dirigere il reparto grafico interno, è stato uno dei momenti più belli della mia carriera.
Avevo studiato e ammirato quella realtà per anni.
Entrarci dentro con un ruolo chiave è stato un riconoscimento enorme.
Ho lavorato tanto.
Ho gestito processi complessi, collaborato con tutti i reparti, coordinato un team, migliorato flussi e consegne.
Il reparto funzionava.
Raramente ho avuto problemi e, quando ci sono stati, sono stato pronto a risolverli.
Anche nei fine settimana e nei festivi.
Non per timore, ma perché ADORAVO l’azienda.
È importante dirlo chiaramente: quell’esperienza è stata positiva, e la rifarei.
Mi ha formato in modi che nessun libro avrebbe potuto darmi.
Ma a un certo punto, qualcosa ha iniziato a non combaciare più.
Il deal breaker: nessuno spazio per crescere
Il cambiamento non è arrivato con una discussione.
Non è arrivato con un litigio.
Non è arrivato con una delusione improvvisa.
È arrivato in modo silenzioso.
- gli accordi iniziali non venivano ridiscussi all’aumentare del carico di lavoro
- nuove responsabilità venivano aggiunte senza un vero riallineamento
- non c’era un percorso di crescita, ma c’era anche la richiesta di esclusività
- non c’era un HR a cui rivolgersi per avere confronto o prospettiva
- welfare e sviluppo professionale non erano parte della cultura interna
- l’unica “visibilità” concessa era un articolo sul magazine aziendale al mese
Il tetto c’era.
Ed era chiaro.
Per quanto mi impegnassi, non ci sarebbe stato un “livello successivo”.
La domanda che ha definito tutto
Quando lavori bene, fai il tuo dovere, non crei problemi, non manchi una consegna, porti risultati e mantieni il reparto in piedi… prima o poi arriva la domanda inevitabile:
“E adesso cosa c’è dopo?”
Quando la risposta è niente, o non è previsto, inizi a vedere la realtà per quella che è.
Non era una questione di sentirsi sottovalutato.
Non è mai stato quello.
Il punto era che non c’era evoluzione possibile.
E dopo tre anni identici, con responsabilità crescenti ma ruolo fermo, ho capito che rimanere lì avrebbe significato smettere di crescere.
Per me non era sostenibile: amo il mio lavoro e amare significa anche crescere.
Se questa crescita sparisce, pian piano sparisce anche l’amore.
Certo, la sicurezza di un buono stipendio è ottima.
Ma non sono mai stato qualcuno capace di rinunciare alla libertà per la sicurezza.
L’altra parte della storia (che raramente si dice)
Ci tengo a dirlo: l’azienda non ha fatto “qualcosa di sbagliato”.
Semplicemente, non era progettata per far crescere oltre un certo limite chi lavorava nei reparti tecnici.
Era così.
Punto.
Io non ero arrabbiato.
Ero lucido.
Avevo già chiaro in testa il mio obiettivo professionale: divulgare il design a risposta diretta, con libertà, rigore ed eleganza, e costruire un metodo tutto mio.
Questa cosa lì dentro non era prevista.
La scelta: non un addio, ma un nuovo capitolo
Quando ho capito che:
- non ci sarebbero stati upgrade
- non ci sarebbe stato sviluppo di ruolo
- gli accordi non sarebbero stati adeguati alle nuove responsabilità
- e la crescita era finita
…la decisione è arrivata da sola.
Non è stata una fuga.
Non è stata una ribellione.
Non è stato un risentimento.
È stata coerenza personale.
Se qualcosa non permette più crescita, si cambia strada.
È la cosa più logica che potessi fare.
Me ne sono andato dando preavviso e formando il mio successore.
Oggi: Keryx Design
Keryx Design nasce da questa visione:
creare un approccio europeo al Design a Risposta Diretta, fondato su leggibilità, neuroscienze e precisione, libero da vincoli e da compromessi.
Un metodo dove posso:
- divulgare senza filtri
- progettare con rigore
- formare un team su una linea chiara
- lavorare in modo imprenditore–friendly
- unire eleganza, ordine e logica in ogni progetto
Keryx non è una “rivincita”.
È la naturale evoluzione di quel percorso.
Gratitudine, chiarezza e la mia strada
Sono grato per quei tre anni.
Mi hanno dato molto.
Mi hanno formato.
Mi hanno permesso di vedere dall’interno come funziona una grande struttura di marketing diretto.
Ma ogni storia ha due campane.
E questa è la mia.
Dopo tre anni, non c’era più spazio.
E quando non c’è spazio, l’unica scelta che rispetta te stesso è costruirne uno nuovo.
Ed è esattamente quello che ho fatto.
Anche coerentemente con gli insegnamenti del mio ex titolare.
A cui auguro di ricevere lo stesso bene che ha fatto a me.
Senza di lui non sarei dove sono.
Grazie.

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